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Numero 10
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Scrittura
Scrittura dal latino scrivere. Con tale termine si indicavano in origine lettere e parole segnate od incise con lo stilo sopra le tavolette incerate come anche indica il verbo greco grapho, da cui grafia sinonimo di scrittura. Essa servì inizialmente a contare e descrivere oggetti. Ma nuove necessità ne accelerarono lo sviluppo. Infatti, se la registrazione delle attività in un centro urbano (come gli atti di matrimonio o le cessioni di proprietà) consentiva di seguirne l'evoluzione, è evidente che con la scrittura stava nascendo la civiltà. Oggi sappiamo che la prima manifestazione dell'alfabeto si ebbe nella zona siro-palestinese, ispirato ai segni monoconsonantici egiziani, dove nella seconda metà del II millennio si era ormai ampiamente diffuso. L’alfabeto usato dai fenici fu in seguito adottato per la scrittura ebraica e aramaica. Nel IX secolo a. C. fu trasmesso ai greci, che lo chiamarono phonikikà grammata, "lettere fenicie". I greci aggiunsero le vocali e altri suoni e i primi coloni greci giunti in Occidente, gli euboici, lo diffusero presso gli etruschi, tramite i quali fu conosciuto e adottato da Roma. Col tempo il latino sostituì ogni altro tipo di scrittura e venne usato per tutte le lingue moderne dell'Europa occidentale. A volte si è tentato di ampliare o sovvertire le forme regolari della scrittura, e di sperimentare nuovi spazi, come nel caso del futurismo e dello sviluppo dei linguaggi della pubblicità. Da diversi decenni si sta scoprendo che la storia plurimillenaria della scrittura non è omogenea. A questa conclusione sono giunti recenti studi di antropologia della cultura, e ricerche sulle tecnologie semiotiche e i mezzi di comunicazione. Evidenziare i legami tra le forme della scrittura e quelle del sapere ha mostrato la storicità e la varietà delle forme di classificazione e trasmissione dei saperi: modalità coesistenti e in conflitto. E oggi? La diffusione delle nuove tecnologie digitali ha introdotto nelle nostre case il problema di come e in quali forme prendere parte al sapere collettivo. Ci troviamo di fronte a una proliferazione di linguaggi e a una moltiplicazione dei canali attraverso i quali si può prelevare e diffondere informazione. Nascono quindi ancora nuovi modi di descrivere il mondo reale. Se consideriamo nella storia della scrittura la ricchezza di forme da essa assunte e le sue potenzialità non espresse, non è difficile vedere nelle nuove tecnologie solo l’ultimo sviluppo di questa storia del "lasciare segno" come era stato per i nostri antenati lo stilo sulle tavolette. (Cristiana Teveroni)
Modernità Sostantivo derivante dall’aggettivo moderno, che, a sua volta, origina dall’avverbio latino modo (ora, nel presente), unito alla desinenza -hernus con una costruzione mutuata da hodiernus (hodie –ernus). Il termine è stato utilizzato all’inizio per indicare il periodo successivo al MedioEvo, l’era Moderna appunto, che si contrapponeva in maniera forte, non ambigua, al periodo precedente, chiuso al progresso e dominato dall’oscurantismo. L’evoluzione è iniziata molto lentamente, poi tutto si è mosso più in fretta. In maniera meno percettibile prima, più veloce poi, la società ha spostato il suo fulcro sull’uomo, sulla Ragione, promuovendo la figura di stato nazione, unificato e unificatore di una molteplicità di popolazioni e linguaggi, e facendo iniziare in questo periodo una serie di mutamenti nei settori più disparati. L’Ottocento, ma ancora di più il Novecento, sono stati caratterizzati da un rincorrersi di novità nella cultura, nel costume, nella letteratura; da scoperte scientifiche travolgenti; dalla rivoluzione industriale, tanto che si è sentito il bisogno di trovare un termine che identificasse sotto un denominatore comune tutti questi tumultuosi progressi: da moderno a modernità, quindi, per indicare tutto l’insieme degli eventi. Ma tutti i cambiamenti di cui sopra portano a una “…trasformazione obbligatoria del gusto” (Georg Simmel), secondo una sorta di fenomeno imitativo che coinvolge ogni settore sociale. Si può iniziare a parlare di moda. Il legame fra moda e modernità è molto forte, la radice è comune. Ma c’è modernità nella moda? Per sua stessa definizione la moda è destinata a correre sempre avanti e quindi a non essere mai moderna, ma già superata nel momento stesso in cui diventa nota, alla portata di molti, identificata con qualcosa di già visto che tenta di adattarsi a qualcosa che è già andato avanti. Ed ecco, allora, che la modernità è superata dal suo paradosso, il post-moderno: l’eccessiva velocità con cui si è sviluppato il contesto circostante ha fatto in modo che l’individuo, vessato da tanto turbinio, si sia rifugiato nel suo contrario. Ma i fraintesi, a volte, significati di moderno e di modernità, sono troppo ghiotti e troppo mediaticamente accattivanti per resistervi e stanno tornando con tutti i loro contenuti non sempre positivamente interpretabili. “Non chiederti quale partito. Chiediti quale paese”. “Un’Italia moderna. Si può fare.” Aiuto! Ma non era un concetto liberal-capitalistico? E la sinistra lo sa, visto che la scritta campeggia a caratteri cubitali sui verdi manifesti del Partito democratico? (Tiziana Monicchi)
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