Spocchie culturali
Come saremmo colti se conoscessimo bene almeno cinque libri", scriveva Flaubert.
Conoscere bene vuol dire "conoscere", entrare dentro, far proprio.
Invece la cultura spesso diventa cult-tura. Oppure Kultura. La seconda categoria, più infima della prima, raduna spocchiosi del libro che, tra una nevrosi ossessiva e un brivido di onnipotenza, continuano a vivere in modo autoreferente in cui lui, il Libro, oggetto sacro, intoccabile, diventa lo scudo per un ego ipertrofico (o ipotrofico, la sostanza non cambia) che teme di confrontarsi con il mondo reale.
Il libro non è il passaporto per il funzionamento dei nostri neuroni, né tantomeno della nostra coscienza.
Purtroppo molti, invece, vantano cervelli sublimi, menti sopraffine, e con la puzzetta sotto il naso si aggirano nei mondi culturali provando quel piacedre persistente annidato nell'Io che li fa sentire grandi grandi.
Diciamolo subito: solo alcuni al mondo, e sono pochissimi, ieri come oggi, possono vantare una certa "spocchia".
Nabokov, ad esempio. Le sue "intransigenze" sono note a tutti.
Ma gli altri, quegli eserciti di paraintellettuali che circolano a piede libero con la loro spocchietta perché "leggono", o si occupano di libri, non pensano minimamente a prendersi un po' in giro.
Purtroppo.
Perché solo la leggerezza dell'essere, solo l'arte del cazzeggio unito alla conoscenza ci dona davvero le ali. Altrimenti la cultura diventa una tomba.
Del resto, gli intellettuali sono morti da un pezzo.
(Francesca Pacini)