Prosa

è il femminile di prosus che, a sua volta deriva da un più arcaico prorsus o proversus, con il significato di andare "dritto in avanti". La prosa, dal punto di vista scriptorio è quel modo di esporre che va dritto fino alla fine della riga o, come dicevano i latini è una "oratio soluta numeris" cioè svincolata da qualsiasi ritmo, e perciò si contrappone al versus che indica, appunto, una conversione, una interruzione (da vertere, girare, svoltare).
Poesia viene invece dal greco poièsis con il senso di creare e non è necessariamente collegata ad una particolare strutturazione di ciò che si scrive o si dice, quanto alla sua "ispirazione" creativa.
Ma la poesia, proprio per la sua necessità di esprimere creativamente uno stato d'animo (che è collegato al rapporto fra le misteriose armonie e disarmonie della la mente osservante e contemplante, e l'oggetto d'osservazione del "poeta"), ha, fin dalle sue origini, adottato il ritmo (numerus) come modo per relazionare la creatività umana alla Creazione primordiale, che si avvale, appunto, del ritmo (del numero) in ogni sua manifestazione.
La prosa, forse per la linearità che presuppone un pensiero sillogistico, consequenziale, ha generato termini quali "prosaico", cioè privo di genialità e fantasia.
E' interessante notare come gli antichi usassero sia la "prosa" che la "poesia" per esprimere concetti di alto valore scientifico. Anzi, per i concetti filosoficamente o matematicamente più complessi, venivano preferibilmente usati i "versi". Oggi sembrerebbe impensabile vedere un Odifreddi arrabbattarsi a difendere il suo darwinismo e i suoi algoritmi attraverso una ritmica poetica. Ma...non si sa mai. 

Claudi Lanzi
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