Eyes wide shut conferma il genio di Kubrick 

 

 

 

Quale film inserire in una lista dei migliori di sempre?
Insieme a Shining un film lavorato e complesso, un film "che richiede uno sguardo molto attento", Eyes Wide Shut resta tra tutte quelle di Kubrick una delle opere più sofisticate del cinema che rimarrà. Ma non bisogna prenderlo alla lettera. Cercate di leggere nei desideri erotici dei coniugi Harford (Tom Cruise e Nicole Kidman), qualcosa che vada al di là delle pulsioni sessuali di due moderni borghesi della New York di oggi. Kubrick si è servito di un racconto di Schnitzler, Doppio sogno, per sondare il lato oscuro dell'amore e per scoprirvi infine anche un fortissimo senso di morte. Questo e non altro è il senso delle seduzioni che Bill e Alice incontrano nel loro cammino, fin dal primo party in casa Ziegler: il nobile ungherese che insidia l'ubriaca Alice, le due modelle che come sirene mettono alla prova la fedeltà coniugale di Bill. Eyes Wide Shut è un percorso a ostacoli fra queste tentazioni, e la battuta chiave è quella finale, di Alice: «Riteniamoci fortunati per essere sopravvissuti». Perché la morte li ha sfiorati in mille modi, e loro sono stati mille volte sul punto di cadere nelle sue braccia: Leggere Eyes Wide Shut come una fiaba moderna e adulta consente di apprezzarne la struttura circolare e di seguire la fantasia di Kubrick magistralmente espressa attraverso i colori, la fotografia e le luci. Là dove le modelle-sirene vogliono portare Tom Cruise, «dove finisce l'arcobaleno»; e come si chiama il negozio dove Bill compra la maschera che sarà il suo lasciapassare per l'orgia (ovvero, per il confine fra la nostra vita e il regno dei morti) e la traccia con cui Alice lo smaschererà? Si chiama Rainbow: appunto, «arcobaleno»." Come gli spettatori del film, anche il protagonista di quest'opera definitiva si trova a sperimentare "mediante la coscienza del disorientamento... che cosa significa guardare, imparare, conoscere, vedere". "occorre attraversare l'accecamento per imparare di nuovo a guardare, conoscere e riconoscere la scena del mondo". Il titolo diventa dunque metafora del film stesso e della visione più generale, racchiudendone il senso più intimo all'interno della contraddizione che esprime



La trama del film ricalca da vicino quella del romanzo di Schnitzler. All'inizio del film i due sono invitati a una sontuosa festa di Natale dal milionario Victor Ziegler Bill vi ritrova Nick un vecchio compagno di università diventato pianista e alla fine della festa è chiamato a curare una ragazza vittima di un'overdose mentre era in compagnia di Ziegler. Rientrati a casa Alice confessa di avere desiderato, durante un'estate, di tradirlo con un giovane ufficiale di marina.
 Bill è turbato dalla confessione Bill sconvolto invece di tornare a casa comincia a vagare per la New York notturna, viene adescato da una prostituta che però lascia subito; ritrova poi in un locale notturno il pianista Nick che gli parla di una strana setta che organizza orge in una villa e gli rivela la parola d'ordine per esservi ammessi.
 Bill si procura un mantello nero e una maschera e si presenta alla villa dove assiste a un'orgia ritualizzata tra ragazze nude dal volto mascherato e uomini ugualmente mascherati. Una delle ragazze mette in guardia Bill sul grave pericolo che corre assistendovi; poco dopo Bill viene portato davanti al capo della setta e smascherato come intruso; interviene di nuovo in suo favore la ragazza ottenendo che venga semplicemente allontanato dalla villa a condizione di non rivelare a nessuno quello che ha visto. 

Il giorno dopo Bill scopre che Nick è stato portato via di forza dall'albergo dove alloggiava, e una notizia letta sul giornale lo conduce in una camera mortuaria a esaminare il cadavere di una donna nella quale crede di riconoscere la ragazza che lo aveva aiutato. Viene poi invitato a casa da Victor Ziegler che, imbarazzatissimo, gli rivela di essere stato presente anche lui all'orgia, di essere membro della setta alla quale partecipano personaggi altolocati, e che la ragazza morta è effettivamente la stessa che lo aveva aiutato e la stessa che aveva curato alla festa. A Bill Victor dice che la ragazza è morta per l'ennesima overdose, che non c'è stato alcun delitto e che quello che gli è capitato nella villa era solo una messa in scena per spaventare a morte l'intruso. 

Tornato a casa a tarda sera Bill ritrova la moglie che dorme accanto alla maschera da lui usata nella notte precedente. Piangendo racconta tutto ad Alice. Ed è Alice a concludere con parole quasi identiche a quelle del libro che in fondo è un bene essersi svegliati e che sarà un bene rimanere svegli a lungo. 
(Cristiana Teveroni)



                                            Un piccolo centimetro

Finch: “Chi era lui?”
Evey: “Era Edmond Dantes.
Era mio padre e mia madre,mio fratello, un mio amico. Era lei. Ero io. Era tutti noi.”

Chi è dunque V? Un distopico Edmond Dantes che usa gli esplosivi per ricordare agli inglesi cosa hanno fatto: hanno ceduto la libertà per un’illusione di sicurezza.
“Ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria” quindi, per sua stessa ammissione, V è il prodotto finito di questa illusione senza la quale egli stesso non avrebbe ragion d’essere, un simbolo quindi, che se decontestualizzato, perde significato.
V è un artista e come disse il padre di Evey alla figlia, gli artisti mentono per dire una verità. Cela dietro il sorriso di plastica di Guy Fawkes il volto sfigurato della (o dalla?) sua vendetta, nascosta o meglio confusa con l’anelito alla libertà.
Evey a sua volta cerca di nascondere un passato ingombrante dietro una vita normale che però, salta subito agli occhi, è finta. L’ispettore Finch, il segugio vecchio stampo,un pesce fuor d’acqua in un mondo costruito sulla menzogna, è costretto a muoversi tra i cadaveri prodotti da V nascondendo dentro di se una verità che sa di non poter pronunciare. 

Gordon Dietrich nasconde la sua profondità d’animo dietro lo showman di successo e la dottoressa Surridge, la “madre” di V, si nasconde da se stessa.
Persino Londra e il regime che la governa hanno qualcosa da nascondere: la prima il totalitarismo dietro la patina di benessere borghese, dietro paillettes e piume di struzzo degli spettacoli televisivi, dietro gli schermi ultratecnologici nelle case, dietro il volto rabbioso della Voce di Londra, sua unica e incontestabile Opinione. 

Il secondo invece discretamente ascolta ed estirpa il dissenso ingoiando persone e storie nei suoi cappucci neri, la maschera definitiva, nascondendo così la sua reale natura di gioco di potere volto solo e unicamente al denaro.

V per Vendetta è un ballo in cui identità e intenzioni si scambiano di continuo, si rincorrono e si confondono mescolandosi; un piccolo saggio sul potere della parola e sull’uso che se ne può fare, sui mondi che vivono dentro ciascuno di noi, sulle virtù e le meschinità tipicamente umane, sulla ricerca di un piccolo centimetro tutto nostro in cui siamo noi stessi, senza maschere e che per V è rappresentato dal guardare un film, Conte di Montecristo, in compagnia di Evey, come fossero una coppia normale ben sapendo che di normale non c’è nulla, a cominciare dalla maschera che V indossa anche in quel momento. E sarà proprio Evey a ricordare a V, con la voce rotta dal pianto, questo dettaglio quando rimprovera a Edmond Dantes di amare la sua vendetta più di Mercedes.
Un piccolo gioiello, in cui i temi non sono pretestuosi ma trattati con la giusta misura, in cui azione e violenza si mescolano con i dubbi ormai esistenziali dell’ispettore Finch, con la pena dei ricordi di Evey e la consapevolezza di Dietrich di essere a un passo dal cappuccio nero del regime.

Delia Surridge: “È privo di senso chiedere scusa?”
V: “Non lo è mai…”
Delia Surridge: “Mi dispiace tanto.”

Un piccolo capolavoro che sa toccare corde dell’animo in modo delicato, in cui la commozione per la dottoressa Surridge, liberata in modo tanto gentile quanto implacabile dal peso della colpa, spunta come un fiore in mezzo alla crudeltà della vendetta. Un film che fa del falso, dell’ambiguo, della mascherata i suoi centri. Esso stesso è un falso: nella confezione di buon film d’azione c’è un mondo di citazioni copiose ma non invadenti: dal 1984 di Orwell a Fahrenheit 451 ma anche e soprattutto dalla nostra realtà, dal nostro tempo, meno violentemente totalitario e per questo ancor più inquietante, in cui siamo noi, come gli inglesi, che stiamo lasciando ad altri, a delle maschere, il potere di mettere le mani su quel piccolo centimetro solo nostro. Un concetto che non fa male ricordare.
(Alessio R. Messina)