Tecnica
La tecnica oggi ha il senso di «insieme di regole pratiche per consentire un’attività». Indica inoltre l’abilità di colui che segue o intuisce tali regole e infine la capacità di utilizzare scoperte scientifiche a fini pratici.
Come al solito il mondo utilitaristico, pragmatico e materialista nel quale siamo sempre più immersi distorce progressivamente il senso delle parole e introduce un vago senso di ammirazione esclusivamente nei confronti di ciò che porta vantaggi e comodità, primato sugli altri.
Tekhnè in greco ha il significato di “arte”, nel senso più vasto del termine. Colui che la usa è un artista. Per questo nel passato il grande pittore non disdegnava di fare l’imbianchino. C’era bisogno di tekhnè in entrambi i casi. Noi aggi attribuiamo all’artista una veste altamente bizzarra, diversa, disordinata, fuori delle regole. Il creativo è, per così dire,… un casinista per eccellenza.
L’arte, invece, è soprattutto disciplina, capacità d’imitazione e studio delle regole. Strano? No, è proprio così in quanto, fino a buona parte del rinascimento, l’arte dell’imitare o del copiare (o forse diremmo meglio dell’assecondare) la natura, era la prerogativa della tekhné e quindi degli artisti. Molto tempo fa il bravo scalpellino che insegnava l’arte di tagliare la pietra era chiamato maestro e lo stesso dicasi del pittore che insegnava agli allievi a coprire di biacca una tela. Ma questi concetti sono legati all’amore per il prodotto delle mani dell’uomo e a un collegamento fra la testa e la manualità, che trasforma l’”opera” in oggetto d’arte e non solo di tecnologia.
La differenza è assai sottile in quanto oggi cerchiamo disperatamente la tecnologia come strumento per ottenere un primato, una maggiore velocità, una comodità, o una prevaricazione su chi dispone di una tecnologia inferiore alla nostra; quindi il risultato consiste soprattutto nella soddisfazione dell’utente che finisce per apprezzare la “potenza” di ciò che acquista.
Da ciò deriva, in buona parte, la mania degli oggetti griffati che, oltre ad enfatizzare lo “status” sociale dell’acquirente e a coprire… il cafone di una classe immaginaria, nascondono l’idea di un potere magico, insito nell’amuleto… di marca e trasformano la tecnologia in superstizione. Un tempo la tecnologia era intimamente connessa alla bellezza artistica del prodotto e alla soddisfazione di colui che lo creava. La soddisfazione del cliente era esclusivamente una logica conseguenza.
Insomma se voi guardate Corviale o gli orrori di Spinaceto, vi troverete di fronte a un prodotto d’alta tecnologia pseudosovietica, perfettamente funzionale, ma ributtante dal punto di vista dell’arte oltreché alienante dal punto di vista sociale e terribilmente aggressivo nei confronti dell’ambiente.
Se voi guardate quello stupro tecnologico che ha soffocato l’Ara Pacis con i vestiti di Valentino, attraverso la barbara compiacenza delle nostre tecnologiche amministrazioni, troverete un oggetto che fa a cazzotti con il lungotevere e con tutto il resto dell’edilizia circostante. Ma ora abbiamo un altro tecnologico “polo museale”. A Roma dicono : “Ma che vor dì?’”
Se voi guardate una palazzina anni ’30, costruita a fini di edilizia “popolare”, costruita da abili artigiani, la trovate piacevole, abitabile, graziosa. Perché?
(Claudio Lanzi)