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Numero 17
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Basta che funzioni. (Whatever works)
Regia: Woody Allen Produzione: USA, 2009 Commedia Durata: 92' Interpreti: Larry David, Evan Rachel Wood, Patricia Clarkson, Ed Begley Jr., Henry Cavill, Conleth Hill
Non conosco tutta la produzione di Woody Allen ma questo film sembra essere molto indicativo del suo pensiero. Sicuramente lo stile è peculiare: rivolgersi agli spettatori in sala per spiegare direttamente le sue considerazioni, battute fulminanti, personaggi nevrotici, trama spesso surreale e solo apparentemente leggera, pungente satira che non risparmia nessuno, talvolta al limite della blasfemia. La trama: Boris Yelnikoff, attempato ex insegnante universitario di fisica quantistica, dopo un fallito tentativo di suicidio, vive insegnando il gioco degli scacchi a bambini, secondo lui zucconi, che maltratta impietosamente. È convinto di essere un genio e non ne fa mistero, dando del “vermetto subnormale” a chiunque, e qualche volta anche a ragione. Ci spiega la sua visione cinica e nichilista della vita in un monologo memorabile all’inizio del film, e di nuovo alla fine, riassumendo il tutto, spara la sua conclusione: “Qualunque amore riusciate a dare o ad avere, qualunque felicità riusciate a rubacchiare o a procurare, qualunque temporanea elargizione di grazia, basta che funzioni!” Con buona pace della morale, del buonsenso e delle convenzioni, dileggiate e bistrattate per tutto il film. Nel mezzo, accoglie per caso e arriva persino a sposare una ragazzetta “stupida oltre ogni immaginazione”, si vede capitare in casa i di lei genitori, bigotti e repressi, che prendono strade del tutto impreviste (una scopre e segue il proprio talento artistico e si tuffa in un ménage-a-trois, l’altro ammette finalmente la propria omosessualità e si sposa con un uomo), Boris tenta nuovamente il suicidio lanciandosi dalla finestra e atterra su una medium che diventa poi la sua compagna, perché nel frattempo la mogliettina ha conosciuto uno più giovane. Detta così sembra una storia alquanto insensata e anche un po’ grottesca, infatti lo è, ma la quantità di riflessioni e di punzecchiature che Woody Allen è riuscito a infilarci rende il film piuttosto godibile. I punti di forza di questo film sono sicuramente i dialoghi, i tempi comici perfetti, l’intelligente disincanto con cui si affrontano temi spinosi. Certamente si può, e forse si deve, non essere per nulla d’accordo con la sua interpretazione della vita, del caso, dell’amore, della religione, della famiglia e via dicendo (davvero, ce n’è per tutti), ma l’ironia con cui il bisbetico Boris si scaglia contro tutti i valori, oltre che contro le finestre, riesce a far pensare, più che offendere. "L’importante è non perdere mai la visione d’insieme, perché questo è ciò che chiamano genio". Cinzia De Luce
Ricomincio da capo Quando l'oggi è sempre ieri
Ricomincio da capo (Groundhog Day) Regia: Harold Ramis Produzione: USA 1993, Commedia
Come la prendereste se ogni giorno fosse sempre il 2 febbraio? Chiedetelo a Bill Murray, lo scontroso metereologo Phil che nel film Ricomincio da capo si ritrova a vivere di continuo lo stesso identico giorno. Finito nella sperduta cittadina di Punxsutawney (Pennsylvania) per un servizio televisivo sul Giorno della Marmotta (una tradizione statunitense sull’inizio della Primavera), Phil cade in un vortice temporale che lo costringe a svegliarsi ogni giorno alle 6 con la canzone I got you babe di Sonny e Cher suonata dalla radiosveglia: nulla cambia, tutto continua inesorabilmente a svolgersi senza mutamenti ma l'unico ad accorgersene è lui. Stesse persone, stesse frasi, stessi soffi di vento, stesse automobili, stessi suoni: Phil imparerà a conoscerli a menadito un giorno dietro l'altro, secondo dopo secondo. Senza soluzione di continuità (è proprio il caso di dirlo), quello che un tempo era un uomo decisamente antipatico, decide di sfruttare al meglio la situazione non senza essersi prima divertito un po'. E non vi divertireste un po' anche voi se poteste manipolare le persone che vi circondano sapendo con anticipo cosa faranno o diranno? Ecco allora che diventa più facile corteggiare una donna se il "giorno prima" le avete già chiesto come si chiamava la sua professoressa del college o i suoi gusti in fatto di drink; o ancora, diventa estremamente semplice rubare un borsone di soldi potendo calcolare con esatta precisione i movimenti dei portavalori. Il divertentissimo Bill Murray interpreta così con grande disinvoltura un personaggio dall'espressione svampita che ricorda vagamente il Murray di Lost in translation. Completamente a suo agio nei panni di protagonisti difficilmente etichettabili, stavolta ad accompagnarlo è una Andie MacDowell molto in voga negli anni Novanta. Sarà proprio lei ad avere in qualche modo il merito nel dare una svolta a questo lungo déjà vu che ha colpito Phil (ma questo sta a voi scoprirlo). Una commedia divertente che non alza mai i toni, a suo modo delicata e densa di sense of humour: da non perdere i vari tentativi di suicidio che lo sventurato si trastulla a provare. Una commedia sì, ma intrisa di un velato senso critico verso la società moderna (e pensare che era il lontano 1993). Nessun moralismo esasperato né ostentato: soltanto una placida considerazione su come il tempo possa sfuggire di mano facendoci concentrare sugli aspetti meno importanti della vita. Emblematico il dialogo che Phil ha con due ragazzi del posto, omaccioni ormai sbronzi che si ritrovano ad ascoltare lo sfogo di questo uomo imprigionato in tale cerchio infernale: alla dichiarazione di Phil sul fatto che stia (realmente) vivendo ogni giorno lo stesso giorno, uno dei due ragazzi risponde, con un’affermazione lampante, che sembra stesse parlando della sua vita. Ed è vero: Phil continua concretamente a vivere il Giorno della Marmotta ma anche il pover’uomo che si alza ogni mattina, lavora e torna a dormire per rialzarsi il giorno dopo e rifare lo stesso continua a vivere il suo Giorno della Marmotta. A differenza di quest’ultimo povero disgraziato però, Phil può approfittare di questo 2 febbraio per aiutare gli altri e imparare molto: dalla vita, dagli altri ma soprattutto da se stesso. C’è chi viaggia in posti sconosciuti per conoscersi; Phil lo farà in una sorta di percorso di formazione temporale che non può che concludersi con un lieto fine (perché sempre di una commedia stiamo parlando: that’s all folks!). Paola Bernasconi
The Hurt Locker quando la guerra diventa una droga
The Hurt Locker Regia:Kathryn Bigelow Produzione:USA 2009, Drammatico Durata: 130'
“The rush of battle is often a potent and lethal addiction, for war is a drug” (Chris Hedges). Proprio così, “la furia della battaglia è spesso una potente e letale assuefazione, perché la guerra è una droga”. Con questa citazione di un famoso giornalista statunitense si apre The hurt locker, film vincitore di ben sei statuette d’oro contro le nove candidature ricevute. L’Ottantaduesima serata degli Oscar ha deciso di premiare come Miglior film dell’anno una pellicola passata per lo più in secondo piano rispetto al più pubblicizzato e temuto Avatar. A vincere il premio come Miglior regia proprio l’ex moglie di James Cameron, Kathryn Bigelow e proprio per The hurt locker. È la prima volta, negli annali degli Academy, che il premio alla Migliore regia è assegnato ad una donna (per la cronaca, la prima ad essere stata candidata nella stessa categoria fu la nostrana Lina Wertmüller nel lontano 1977 per il film Pasqualino Settebellezze). La Bigelow vince insieme all’attuale compagno, il giornalista Mark Boal, che firma invece la Migliore sceneggiatura originale. Gli altri tre premi riguardano invece il Miglior montaggio, il Miglior sonoro e il Miglior montaggio sonoro. Un film di guerra, un film sulla guerra: The hurt locker è questo e molto altro. È la storia della guerra in Iraq, sorta di secondo Vietnam di cui il mondo avrebbe fatto volentieri a meno; è la storia di chi quella guerra la combatte ogni giorno anche quando ormai è lontano fisicamente da quel Medio Oriente di cui, prima di allora, non aveva cognizione; è la storia di una guerra raccontata da una donna che la descrive come farebbe un uomo con tanto di lotte testosteroniche tra soldati ubriachi, disinnesco di bombe a mani nude, sparatorie e sprezzo del pericolo. Eppure. Eppure c’è qualcosa di diverso: una sottile linea che collega ogni secondo di questi centotrentuno minuti con una delicatezza che non appare immediatamente. Sì, perché sotto le pallottole e i muscoli, c’è la paura latente della morte che pervade ogni personaggio, anche il protagonista, che però trasforma questo celato terrore in adrenalina pura. In droga. Come quella di cui parla Chris Hedges. E allora assistiamo a questa strana routine nella quale vivono i soldati che si occupano di disinnescare gli esplosivi: il sergente Sanborn, lo specialista Eldridge e Thompson. Sarà quest’ultimo, immediatamente, a uscire di scena lasciando il posto allo strafottente sergente maggiore James (un Jeremy Renner molto calato nella parte). Tra controlli e attacchi kamikaze la psicologia di ognuno dei protagonisti viene fuori piano piano, quasi imparassimo a conoscerli davvero col tempo: Eldridge con la sua ossessione per la morte, Sanborn e il suo conto alla rovescia prima di lasciare Baghdad, James e la sua cassetta piena di resti di bombe disinnescate che lo “avrebbero potuto ammazzare”. C’è posto anche per l’incontro con dei mercenari (nella parte del loro capo un cameo di Ralph Fiennes), parte oscura di questa assurda guerra. Ma soprattutto c’è posto per una narrazione scarna, quasi documentaristica, che non lascia molto spazio a momenti poetici o soltanto vagamente commoventi, se per commoventi si intende la classica bandiera americana che sventola al sole. Di commovente qui c’è l’anima di questi uomini in bilico; c’è la vita vera con le sue vigliaccherie e i suoi eroismi, c’è la realtà di un Iraq al limite della sua sopportazione. “Qui puoi sparargli alle persone. Non c’è bisogno che gli tiri una chiave inglese”, così dice un soldato nella sua spiazzante verità. Un grande merito va riconosciuto alla Bigelow: aver raccontato un conflitto senza false ipocrisie e senza cadere in atteggiamenti pseudo-didascalici. Quello che lo spettatore si trova davanti è un film di guerra che riesce a proporre molteplici livelli di lettura: in primissimo piano c’è l’azione con tanto di spari ed esplosioni, un po’ più in fondo c’è la vita di quei soldati che giocano con il destino andando a disinnescare ordigni, ancora più in profondità le ansie e i tormenti interiori dei personaggi e una sottile critica a questa guerra che non sta portando da nessuna parte. Infine, quasi accarezzasse la mente di chi guarda, è presente una cruda lettura della psicologia umana che, nel finale, si chiude in un cerchio: tra la citazione iniziale e i trecentosessantacinque giorni che rimangono al sergente maggiore James prima di terminare il suo nuovo servizio a Baghdad. Paola Bernasconi
UP Regia: Pete Docter e Bob Peterson Produzione: USA 2009, Animazione Durata: 96'
Siamo abituati a pensare che i cartoni animati siano roba da bambini. Non questo. Certo, si può guardare con i bambini, può piacere ai bambini, ma affronta piuttosto inaspettatamente in un cartone, temi tutt’altro che infantili. Bellissime le immagini, i colori e le musiche, grande lavoro di animazione esteticamente perfetto. La storia parte come tante: una bambina pestifera e un bimbo taciturno giocano e sognano avventure in terre esotiche, affascinati dai resoconti dell’esploratore mito della loro infanzia. Qui finisce l’ordinario e il film prende una piega molto originale. In pochi minuti di raro lirismo li vediamo crescere, sposarsi, ridere e piangere insieme, immaginarsi genitori e scoprire di non poterlo diventare, sostenersi nella comunissima vita reale di sacrifici e rinunce, fino alla vecchiaia, alla malattia, la morte di lei, la solitudine di lui. (Questa scena, muta sequenza strappacuore, da sola già vale la visione del film.) La città è cambiata intorno alla graziosa casetta del nostro burbero protagonista ? seduto fuori nel portico, non so se sia una citazione voluta ma mi ha ricordato tanto il sig. Kowalski di Gran Torino ? grattacieli stanno spuntando ovunque e lui è di troppo (la condizione dell’anziano nella società frenetica e moderna: si è mai visto in un cartone trattare un simile problema con tanto disincantato verismo?). Entra in scena un boy-scout sovrappeso, un tantino disadattato, che tenta di rendersi socialmente utile, cercando di completare un carnet di medaglie per definire un’autostima che la sua assente famiglia non può aiutarlo a costruire (altro tema scottante: la situazione delle famiglie oggi, la normalità di crescere senza punti di riferimento stabili). I due partono insieme, loro malgrado, coppia mal assortita, e insieme affrontano le insidie di un viaggio con la casa legata a palloncini, verso la méta di una vita: le Cascate Paradiso. In quella inconsueta destinazione fanno amicizia con animali strani, un uccello raro e un cane parlante, e si imbattono nientemeno che nell’esploratore che aveva ispirato i sogni d’avventura del protagonista e della sua amica così tanto tempo fa. Ed ecco un’altra svolta davvero fuori dal filone classico dei film d’animazione: l’unica ragione di vita dell’esploratore è catturare l’uccello raro con cui loro hanno appena fatto amicizia, e non si fermerà davanti ai loro sforzi di impedirlo. (In altre parole: passi la vita a ispirarti a un mito, a inseguire un sogno, e quando finalmente ce la fai, ti accorgi che è cattivo? Che non valeva la pena, che hai sbagliato tutto. Diciamolo subito ai nostri bambini allora, fate bene attenzione a cosa sognate.) Fortuna che il film non finisce lì, c’è il “riscatto” del protagonista, che finalmente, butta fuori tutti i pesi che zavorrano la casetta (anche questo è un simbolismo fortissimo: sradicarsi da tutto quel che possiedi, soprattutto a una certa età, rinunciare ai ricordi di una vita per iniziarne un’altra) e va in soccorso del bambino e del pennuto salvando entrambi. Il lieto fine è d’obbligo, l’amicizia trionfa, e trionfa anche la capacità di “sollevarsi” da una condizione stagnante per vivere la vita come un’avventura. (UP non si riferisce solo al volo dei palloncini quindi: mai un titolo ha potuto dire così tanto in così poco spazio, un miracolo di sintesi). Altro che cartoni animati, c’è da meditare per giorni! Cinzia De Luce
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