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Numero 15
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Ho perso la memoria
di Cinzia De Luce
No, non si tratta di Alzheimer, né di altro triste danno cerebrale. Una semplice disattenzione, una leggerezza, e 250 istantanee delle nostre vacanze sono perdute per sempre. Una catastrofe, un dispiacere immenso, un danno impagabile, niente a che vedere con i 10 euro o quello che costa una scheda di memoria della macchina fotografica… Molti termini hanno assunto un significato diverso in epoca tecnologica, il “lettore” è diventato uno strumento per ascoltare musica (lo spunto è dal Mulino di Amleto del 02/04/09 che mi aveva molto colpito), la “chiavetta” non apre nessuna porticina, le “cuffie” riparano dal silenzio invece che dal freddo, “scaricare” non è più un’attività portuale per muscoli forti e linguaggio colorito, “digitale” è ben più che un’impronta, e così via.
Affidarsi alle “memorie” tecnologiche è ormai indispensabile, “salviamo” messaggi e documenti di ogni tipo, affidandoli ai byte dei nostri computer, telefoni, i-pod e macchine fotografiche, appunto. Quanto di questo materiale resta davvero nella nostra testa? Quanto ci sforziamo di ricordare veramente persone, luoghi, frasi, momenti che archiviamo abbondantemente ovunque?
Essendo la nostra memoria strutturata su vari livelli (memoria sensoriale, memoria a breve termine, memoria a lungo termine) la capacità di immagazzinare dati richiede molto spesso uno sforzo cosciente che non sempre abbiamo voglia o tempo di fare. Allora clicchiamo, rimandiamo, con l’illusione di “salvare” l’informazione. E se perdiamo la “memoria”? Io avrei difficoltà anche a fare una telefonata, perché i numeri sono sulla rubrica, mica nella testa!
Perdere le foto è stato un dramma: una volta per fare una foto si cercava la luce giusta, la posa, il soggetto, ci si doveva pensare un po’, inquadrare bene e cercare di non sbagliare (ma il tempo che richiedeva tutta la manovra comunque rimarcava il momento nel cervello) poi poteva capitare che magari il rullino non era agganciato bene o era difettoso e perdevi 24 o 36 foto. Ora che possiamo scattare compulsivi a qualunque cosa “tanto poi le scegliamo”, non sempre dedichiamo tanta attenzione ai dettagli, la quantità di foto cresce in modo inversamente proporzionale a quanto siano significative. Ma nel mucchio c’erano quelle irripetibili, quelle delle persone incontrate, dell’evento memorabile, del posto in cui anche se ci andassi altre mille volte non sarebbe mai più uguale. E la foto, quella foto, non potrò mai più averla. Il guaio è che nella testa sono tutte un po’ mosse…
Ricordare tutto sarebbe un peso tremendo, memorie prodigiose in grado di ripescare qualunque cosa sarebbero più una disgrazia che una fortuna, ma non staremo avviandoci sulla pericolosa china dell’atrofia della memoria? Su quella della superficialità ci stiamo, chi più chi meno, camminando tutti allegramente, e specialmente quando si tratta di rapporti umani la cosa si fa dolorosa, e pericolosa. Come si può avere centinaia di amici a portata di tastiera e non esser capaci di dire “Buongiorno, come va?” alla vicina di casa quando si va a buttare l’immondizia?
Quando si tratta di studiare invece che semplicemente leggere, quando vogliamo fare un viaggio e non solo una vacanza, quando vogliamo produrre piuttosto che riprodurre, ci accorgiamo della fatica mentale. E se il cervello avesse muscoli allora avrebbe anche pancetta e doppio mento e ahimé. Certe volte l’artrite!
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