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Numero 15



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Revolutionary Road, diretto da Sam Mendes, con L.Dicaprio, K.Winslet, M.Shannon, R.Easton, J.O.Sanders, e K.Bates
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di Cinzia De Luce

Dire che questo è un bel film sarebbe improprio.
Bello si dice di qualcosa che suscita una sensazione gradevole, di armonia, di grazia, di piacevole stupore. 
Direi piuttosto che è un film efficace, impeccabile, e agghiacciante.
È un film che colpisce come una botta allo stomaco, e lascia a lungo un retrogusto pessimo di vuoto esistenziale veramente ben rappresentato.
Vale la pena procurarsi il libro, come sempre ancora meglio del film, ed è incredibile che sia così vecchio. 
La storia è ambientata nel 1955, il romanzo è stato pubblicato nel 1961, ma potrebbe descrivere chiunque e in qualunque momento.
Infatti la storia è molto qualunque, una coppia così middle-class, così deliziosamente normale all’apparenza: la casetta, il giardino, il lavoro in città, i bimbi biondi e sani, le serate con gli amici, tutto regolare, persino la scappatella senza emozioni di lui.
Ma appena sotto la superficie si spalanca un abisso. 
La crosta si spacca e sotto non c’è nulla. 
Anzi sì. 
Viene a galla inaspettato un magma purulento di ipocrita mancanza di valori, di conflitti accantonati e mai risolti, di sogni fasulli, che esplode inarrestabile travolgendo e annientando i protagonisti.
È difficile mantenere le distanze da loro però, è difficile condannarli perché sono così dannatamente consapevoli di quel che pensano, di quel che dovrebbero sentire e non sentono, che non puoi dire siano superficiali, e sono intelligenti, brillanti anche, e tragicamente si vogliono bene. 
Guardano se stessi dall’esterno, recitano la loro parte talvolta compiaciuti di farlo, condividono complici un atteggiamento di superiorità, sentendosi destinati a qualcosa di meglio della vita convenzionale che fanno.
Ma davanti alla possibilità di rendere reale quel che vagheggiano vanno in frantumi come cristallo. 
Tra il dire e il fare, tra il pensare di essere e il diventare, c’è lo scomodo fossato della verità. 
La vertigine di guardare in faccia chi sei davvero, soprattutto per lui, Frank Wheeler. 
C’è una frase nel libro, purtroppo non nel film, che racchiude l’essenza del carattere di Frank: 
“Riusciva perfino, in un certo senso, a sentirsi soddisfatto di non avere una particolare sfera di interessi: evitando obiettivi specifici, aveva evitato anche specifiche limitazioni”.
In questo limbo di ipotetiche possibilità qualche buon colpo l’ha messo a segno, evidentemente per fortuna o per caso: una moglie affascinante, una condizione economica rispettabile, sta persino ottenendo qualche soddisfazione professionale da un lavoro che snobba allegramente quando April, la moglie, propone convintissima di trasferirsi a Parigi, perché lui possa “trovare la sua strada”. 
Frank è con le spalle al muro, combattuto tra l’insoddisfazione che ha sempre esibito e la comodità del presente insulso in cui ormai si è adagiato. 
Da lì in poi la situazione non fa che peggiorare, fino al tragico epilogo, rivelando i nervi scoperti di personalità senza sostanza e senza convinzioni autentiche.
La coppia Dicaprio-Winslet, che ricordavamo ragazzi sul ponte del Titanic, si dimostra maturata e perfettamente in grado di interpretare l’angoscia che caratterizza tutto il film, spesso con un semplice movimento di sopracciglia, un guizzo a un angolo della bocca, specialmente lei, veramente bravi.
Tanto di cappello a Richard Yates per la vivisezione delle dinamiche psicologiche, standing ovation per l’ottimo cast, ma decisamente astenersi dalla visione nei momenti di crisi esistenziale o di coppia.