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Numero 15



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di Giulio Crotti


Ma quale Intesa?

L’altro giorno, rientrando dopo il lavoro, ho aperto la cassetta della posta e ho ritirato il solito pacco di carta: volantini dei supermercati, annunci immobiliari, il conto del mio idraulico (che mi prega di pagarlo in contanti…) e, sorpresa, una busta della mia banca (Banca Intesa San Paolo). 
Da tempo infatti l’estratto conto mi arriva on line sicché sono curioso, anche se non preoccupato (non sono Onassis ma non ho mai avuto problemi con le banche). 
Apro e leggo il titolo, in grassetto e incorniciato dal logo della banca:

PROPOSTA DI MODIFICA UNILATERALE DI CONTRATTO DI CONTO CORRENTE

Sono perplesso. 
Perché usare un pleonasmo come
proposta unilaterale
Metto mano al Devoto Oli. 
UNILATERALE:
che è fatto da una sola delle parti.

Beh, che diamine, una proposta, di norma, è fatta da una delle parti. 
L’altra valuta, quindi accetta o rifiuta. 
Dov’è l’inghippo?
Continuo la lettura della missiva, che termina così:
"Entro 60 giorni dal ricevimento della presente proposta di modifica unilaterale (insistono), Lei ha diritto di recedere dal contratto […]; trascorso tale termine, le modifiche si intendono approvate."

Ora mi è chiaro. 
Questo artifizio retorico ha il solo scopo di precisare all’utente che la proposta in oggetto è in realtà una sorta di aut aut. 
Non per niente l’alternativa è chiudere il conto corrente. 
Certo, penso, messa così l’endiadi "proposta unilaterale" è più un ossimoro che un pleonasmo. 

Straccio busta e lettera e deposito il tutto nello scatolone della carta, insieme ai giornali vecchi e agli scontrini del bar. 
E penso a Don Vito Corleone e alle sue "
proposte che non si possono rifiutare". 
Dov’è la differenza?