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Numero 14
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Il sogno di Bollywood
“L’uomo è lo strumento dei propri sogni destinati a durare un istante prima di svanire del tutto”. Forse è così per molti di noi, avere dei sogni e realizzarli. Ma loro durano appena un attimo, un istante e poi svaniscono anche per colpa nostra. E’ diverso invece per Jamal, che vive per un sogno, ne diventa lo strumento, lo realizza e alla fine sembra davvero che almeno per lui possa durare ben più di un solo istante. Ambientato in India, con i suoi scomodi contrasti e le differenze culturali, the millionaire, non fa altro che celebrare il più classico sogno americano, il ragazzo venuto dal nulla che supera tutte le difficoltà e, da solo, riesce a cambiare per sempre il corso della sua vita. Il sognatore di turno, uno dei tanti il cui destino può cambiare in una sera grazie alle giuste risposte date alle domande di un quiz, è il ventenne cameriere Jamal, nato e cresciuto nei bassifondi di Mombay e rimasto orfano da bambino. Il giovane nella sua turbolenta vita ha vagabondato con il fratello e ha avuto a che fare con gangster, criminali e sfruttatori.
Il percorso del riscatto del giovane protagonista è scandito dalle tappe che profumano di rupie del celebre quiz televisivo Chi vuole essere milionario?; le domande, la musica quasi ossessiva del gioco e il conduttore furbo e strafottente sono la struttura su cui si costruisce il film. Un solo obiettivo per Jamal, la posta finale, ritrovare il suo “amore per sempre” Latika” conosciuta bambina e mai avuta se non per brevi momenti platonici; va avanti lui step dopo step suscitando la gelosia del conduttore del quiz che si accorge da subito che avrà molta notorietà. Cerca così di farlo sbagliare con l’inganno fino a denunciarlo per non dividere la fama con nessuno. Quando risponde correttamente agli 11 quesiti del gioco, nessuno crede che un ragazzo povero e senza istruzione sia capace di tanto al punto che viene arrestato e picchiato dalla polizia perché sospettato di essere un impostore. È fortunato Jamal le domande toccano sempre un pezzetto della sua vita così che il suo cuore e la sua mente corrono al passato, agli affetti traditi, all’amore perduto, alla mamma defunta e al fratello che ha fatto scelte diverse: finché c’è la sirena. Più difficile è il quesito più traumatico è l'evento che gli ha impresso la risposta in memoria e che ha contribuito a dargli la purezza di cuore necessaria per realizzare il suo sogno liberandosi da tutte le scorie e le negatività della sua vita precedente. Quest’ ultima vissuta per attimi e sempre di corsa insieme al fratello Salim e a Latika ai quali ci affezioniamo da subito: i due moschettieri che diventano tre. È scritto nel destino dice Jamal che lui e il suo amore staranno insieme e lui lotta per questo. L'avventura del concorrente consente quindi a Danny Boyle, il regista, di descrivere nella prima parte la povertà dei bambini delle baraccopoli di Mumbay, la miseria che attanaglia una città sovrappopolata e di prolungare il suo sguardo crudo e visionario su un'umanità drammaticamente globalizzata. Per questo il regista e’ stato anche criticato ma in fondo l’india è anche questo e lui lo vuole dire senza dimenticare la voglia di vivere e di divertirsi dei tre ragazzi. Cambia un po’ nella seconda parte; Boyle sembra giocare un po’ contaminando il suo modo di fare cinema con quello di Bollywood. Qui la storia d’amore, la favola, l’eroe virtuoso e buono diventano predominanti. Ci saranno due riscatti quello di Salim che s’immolerà per Jamal e Latika e quello sociale con tutta l’india più povera che tiferà per il nostro protagonista. Insomma una vera favola visto che gli aspetti più drammatici scivolano in secondo piano, oramai il regista ce li ha raccontati. Davanti ad un pubblico sbalordito e sotto le abbaglianti luci dello studio, il giovane sognatore deve affrontare l’ultima domanda, quella che potrebbe fargli vincere la somma di 20 milioni di rupie. È proprio adesso che scopriamo che a Mumbay si può ancora sognare, Jamal in fatti pur non conoscendo la risposta riesce lo stesso a vincere e allora ecco che è il sogno a trionfare, ben oltre il denaro. Subito dopo il trionfo finale ci sarà il lieto fine con i 2 innamorati che finalmente si ritrovano alla stazione di Victoria Terminus Questo happy ending sarà suggellato da un balletto finale in stile Bollywood che ci fa’ capire che la vita è tutta un quiz ma merita fiducia. Poter credere nel destino, vivere cercando la propria opportunità significa alimentare ancora il sogno che Mumbay rappresenta per milioni di persone. Alla faccia di tutti i terrorismi. Giulia Puccini
Stop loss
C'erano una volta i reduci del Vietnam. Ora ci sono i reduci dall'Iraq. Stesso sogno americano che si trasforma in incubo, stessi incubi dentro anche per gli eroi. Un gruppo di soldati scampati non senza perdite a un'imboscata ritorna a casa, il loro comandante vuole congedarsi ma viene richiamato. Accompagnato da un'amica parte nel tentativo di sottrarsi all'esercito, e si confronta con le tragiche conseguenze della precedente missione e con l'ingiustizia del sistema. La regista ci introduce alla vita 'sul campo' attraverso immagini di tipo amatoriale, schegge di filmati e di momenti qualunque in attesa dell'azione di guerra. Dopo il ritorno a casa si concentra invece sulle diverse reazioni dei protagonisti agli effetti devastanti dell'esperienza vissuta. Potrebbe essere un insieme di storie già viste, i soliti ragazzotti americani che discutono a botte ma restano amici (noi invece ci prendiamo a parole e poi non ci si vede più, chissà perché), la provincia squallida dei motel e delle macchine scarcassate, ma è difficile non provare almeno stima per il protagonista, partito con grandi ideali e tornato con la coscienza pesante, alla ricerca di una soluzione che purtroppo non c'è. Unica pecca, se vogliamo, è infatti proprio l'ultimissimo minuto, che forse è solo realistico ma ti viene il sospetto che sia politically correct. Forse se il film fosse stato fatto adesso, dopo Bush, poteva offrire una speranza. Non la offre, fa solo pensare.
Cinzia De Luce
L'ospite inatteso
Un film di Thomas McCarthy. Con Richard Jenkins, Haaz Sleiman, Danai Jekesai Gurira, Hiam Abbass, Marian Seldes.
Ecco un esempio di cinema intelligente. Come spesso accade, pressoché sconosciuto. Raccontando la storia di una persona qualunque, tocca sapientemente tante corde sensibili e ne ricava melodia. Il cinema ci ha talmente abituati agli effetti speciali, al chiasso, ai particolari sanguinolenti, come pure al vuoto di contenuti e alla superficialità, che una pellicola così garbata sembra anacronistica. Invece è terribilmente attuale, profondamente intrisa di quell’atmosfera “dopo 11 settembre” di cui è figlia. Il pretesto narrativo è l’amicizia tra un professore universitario, vedovo e solo, e una coppia di immigrati irregolari che gli hanno occupato l’appartamento a New York. Il regista ci ricama intorno riflessioni profonde sulla solidarietà, sul pregiudizio, sulla dignità, sull’accoglienza e sull’ignoranza con una delicatezza veramente rara. Riesce a infilarci persino un amore che fa tremare il cuore perché è puro incontro d’anime appoggiate l’una all’altra, in silenzio, per un momento troppo breve. La musica dei tamburi africani, nastro colorato su questa trama pastello, fa da legante e da catalizzatore a tutta la vicenda, e si conferma ancora una volta valore universale e senza tempo. Lezione di umanità: averne, di film così. Cinzia De Luce
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