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Numero 6
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Fiaba-favola-fama La favola (fabula, in latino, come diminutivo metatetico di flaba-fabia) deriva da “parlare” (fari). Si parla di qualcosa quando questa lo merita infatti anche “fama” deriva dal latino fari. Molti attestano che sia fiaba che fama hanno il senso di “rendere palese”, evidente. E anche il sanscrito possiede il concetto di “palesare” attraverso questi due concetti uniti fra loro con bha-mi che vuol dire io splendo, oppure bhas-ami, che vuol dire io parlo. Ma anche il greco con phemi (parlo) o con phae (brillante) esprimono foneticamente gli stessi concetti. La Fama, per Greci e Romani, era figlia della Terra e rappresentava l’opinione pubblica, ma non nel senso che daremmo oggi alla parola opinione. Era un elemento fatale e geniale che rappresentava la potenza “sincera” di tutto ciò che avveniva sulla Terra. Essa era raffigurata come una donna piena di occhi, di bocche e di orecchie. Nelle Metamorfosi (XII), Ovidio dice che essa “è fatta di sonante bronzo, rimanda ogni voce e ripete ciò che ode”. Dunque la fiaba, nella sua accezione simbolica, rappresenta la quinta essenza del valore di una storia mitica, eroica, straordinaria. Tramanda lo straordinario, il memorabile quello che è degno di reputazione. Essa, nella accezione moderna, ci rimanda al racconto fantastico, per lo più destinato ai bambini. In realtà tutta la società arcaica vive di fiabe e di abili narratori. Ogni fiaba confina con la leggenda e non è, arcaicamente, un prodotto fantastico ma una estrapolazione poetica di miti solidissimi, reali e credibili fin nei dettagli, per la mente dell’uomo ancora pronto a comprenderle.
rubrica a cura di Claudio Lanzi info@simmetria.org www.simmetria.org
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